"Comunicare" la privacy
C’è un equivoco ricorrente attorno alla privacy: l’idea che sia complessa per sua natura.
Nel mio lavoro ho maturato una convinzione diversa: la privacy non è difficile, è spesso spiegata male.
Norme citate a memoria, informative ridondanti, registri interminabili e policy stratificate nel tempo: documenti spesso costruiti più per dimostrare competenza che per rispondere alla realtà concreta dell’organizzazione. Il risultato è una privacy “a peso”, dove la conformità sembra misurarsi in quantità di carta prodotta più che in comprensione, consapevolezza e governo effettivo dei trattamenti.
È proprio da queste derive che nasce il filone Privacy un tanto al chilo, dedicato a ciò che formalmente esiste ma sostanzialmente non funziona.
Spiegare la privacy è parte del lavoro
Spiegare la privacy non è un vezzo, né una competenza accessoria, è parte integrante del lavoro di chi si occupa di protezione dei dati.
Un DPO che interpreta correttamente la norma ma non riesce a renderla comprensibile rischia di fallire l’obiettivo principale del GDPR: rendere i trattamenti consapevoli, governabili, controllabili.
La conformità che non viene capita è una conformità fragile.
Comunicare la privacy non significa semplificare al ribasso, significa tradurre in modo responsabile, portare concetti complessi nel mondo reale fatto di persone, processi, vincoli organizzativi ed errori inevitabili.
Gestibilità: il grande assente nel dibattito sulla privacy
C’è una parola che nel dibattito sulla privacy compare troppo poco: gestibilità.
Un sistema di protezione dei dati che non può essere spiegato, compreso e mantenuto nel tempo non è un buon sistema, anche se formalmente impeccabile.
Se una procedura esiste solo perché “ce l’ha chiesto il Regolamento”, prima o poi verrà aggirata, ignorata o svuotata di significato.
Rendere la privacy gestibile significa mostrarne il valore operativo:
aiuta a capire cosa succede ai dati,
riduce gli errori,
chiarisce le responsabilità,
migliora i processi invece di appesantirli.
La privacy come opportunità (se raccontata bene)
La privacy può essere un’opportunità, ma non lo diventa da sola e non lo diventa con le checklist.
Diventa un’opportunità quando:
è compresa,
è condivisa,
è inserita nel contesto reale dell’organizzazione,
è comunicata con onestà, senza terrorismo normativo né banalizzazioni.
Ed è qui che entra in gioco la comunicazione, quella vera: non quella che rassicura, ma quella che chiarisce.
Un lavoro che passa anche dalle parole
Occuparsi di privacy significa anche scegliere come raccontarla e le parole non sono un dettaglio: orientano comportamenti, decisioni e responsabilità.
Continuare a spiegare la privacy in modo comprensibile, umano e concreto non è un’attività collaterale, è uno dei modi più efficaci per renderla davvero applicabile.






